L’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DEL COMUNISTA VESPIGNANI FECE EMERGERE IL DISASTRO AMBIENTALE A CUI SI ANDAVA INCONTRO: UNA RIVOLTA OPERAIA FERMO’ DEFINITIVAMENTE LO SCEMPIO. MA POI DOVE VENNERO PORTATI I RIFIUTI NEI CONFERIMENTI FUTURI?
Palazzuolo. I quintali di plastica ancora integri riemersi da una frana sopra al Rio Rovigo, qualche giorno fa, quasi fossero stati gettati l’altro giorno, erano stati trasportati ad inizio del 1971 da camion stracolmi provenienti da Firenze.Una volta giunti in località Spiagge alzavano semplicemente il piano scarrabile e li gettavano direttamente dai bordi della carreggiata, nelle prossimità del torrente Rovigo. Le criticità apparvero subito gravissime: i rifiuti non venivano nemmeno interrati, per carenza di materiale di ricoprimento – queste furono le giustificazioni – e per mancanza di agibilità dei macchinari.

Venivano così buttati alla rinfusa 300 tonnellate al giorno, per un programma che ne prevedeva ben 60 mila complessive. Ma il timore più grande, oltre al sito stesso che di fatto era tutt’altro che un impianto di stoccaggio ma la tempesta perfetta per un disastro ambientale, era il rischio di inquinamento delle acque. A far luce sulla storia di questo controverso impianto, fu il già Sindaco di Imola Veraldo Vespignani, allora parlamentare del PCI, che firmò una interrogazione parlamentare. Il bacino imbrifero del Rovigo costituiva infatti una delle fonti dell’acquedotto del Moscheta, che, secondo il progetto del piano regionale degli acquedotti per l’Emilia-Romagna avrebbe dovuto approvvigionare 20 comuni emiliani di cui 6 in provincia di Bologna e 14 in quella di Ravenna, con una popolazione complessiva di circa 363.000 abitanti.
Vespignani ipotizzò una immissione nel Rovigo di acqua inquinata con un quantitativo annuo pari ad 1/10 dell’invaso previsto e cioè di circa 700.000 metri cubi.
Pertanto, si sarebbe dovuta valutare una depurazione industriale a meno che non si sarebbe sospesa immediatamente l’immissione di altri rifiuti. L’esponente comunista, chiese così ai ministri di valutare una sospensione immediata di tale sito in difesa della salubrità delle acque del Rovigo e quindi del Santerno.
A fare da contorno a quello smaltimento selvaggio dei rifiuti, emerge l’accordo tra l’azienda che curava i servizi di nettezza urbana e il comune di Palazzuolo; come scrive il dolomiti.it, l’azienda si preoccupò di fornire al comune tre mezzi per la raccolta dei rifiuti, due milioni al mese fino alla durata di utilizzo dell’impianto piu altri quattro milioni di lire di anticipo. A mettere definitivamente la parola fine allo scempio, furono alcuni coraggiosi operai della RIFLE di Firenzuola. Gli operai occuparono il Comune firenzuolino e quello di Palazzuolo. La rivolta operaia costrinse così le forze dell’ordine a intervenire ed effettivamente gli sversamenti si interruppero. Da quel momento, pare che il successivo accordo per il deposito di quei rifiuti, sarebbe poi stato sancito con il Comune di Imola. Ci si augura, con tutto il cuore, che non possano esserci in futuro sorprese del genere anche nel territorio imolese. E che siano stati conferiti “solo” a Pediano, nell’impianto allora nascente della Tre Monti, con tutti gli accorgimenti del caso.
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